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Il Forte Vento /1

Ecco, questa notte ho iniziato un racconto breve.

Voglio condividerlo con voi. Non è ovviamente finito, lo continuerò e lo posterò qui.

Ovviamente, non è gradito che lo prendiate e ne facciate ciò che volete senza chiedermelo, dato che è scritto di mio pugno :) [Anche se mi domando chi lo toccherebbe <.<!]






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Il vento soffiava sulla sua faccia con incredibile forza.

Nonostante il Sole fosse alto nel cielo – saranno state, su per giù, le undici del mattino – ed i suoi raggi piuttosto caldi in quell’afoso lunedì di Agosto, il vento era tremendo.

Al punto che Emanuele aveva una certa difficoltà a respirare. Se avesse avuto modo di difendersi dall’aria forte contro la sua faccia ed inspirare – che cosa bizzarra, non riuscire buttar dentro aria perché ce n’è troppa! – l’avrebbe fatto senza esitazioni. Ma la situazione in cui si trovava, in cui si trovava da pochi attimi, per giunta, era così particolare che sarebbe risultato quasi sconveniente preoccuparsi di quell’esercizio così naturale ed istintivo.

Emanuele, nonostante tutto, sorrideva. Sì, sorrideva, perché era realmente felice.

 

Il lettore mi perdonerà per una introduzione, come dire, “letteraria”. A volte, noi scrittori da quattro soldi, cercando di imitare un grande come Pirandello o Calvino, ci dimentichiamo che siamo forse i loro calzascarpe.

Avreste ragione a lasciar perdere e a dedicarvi a qualcosa di più interessante. Come leggere un libro serio, ad esempio. O ancor meglio, a fare l’amore.

Io continuerò a battere su questa tastiera – ahimé, adesso siamo costretti a fare in questo modo, anche se non c’è un solo scrittore moderno che lo ammette – facendo parlare Emanuele per fastidioso intervento mio. Farò di più, però, per quei pochi che vorranno continuare in questa lettura, troppo ostinati per lasciar perdere: ci sarà un po’ di spazio quando questo seccante narratore vorrà intervenire, così potrete saltare le sue – che poi sarebbero le mie, no? – noiosissime parole.

Vi stavo, quindi, raccontando di Emanuele. È d’uopo, allora, che vi illustri chi sia questo egregio signore e le vicende che hanno anticipato il forte vento. Per non tediarvi ulteriormente, sarò piuttosto sintetico, cosicché possiate capire che cosa succede.

 

Emanuele – o Lele per la moglie Amanda – è un uomo sulla trentina. È un venditore di viaggi: sissignore, lavora presso un’agenzia di viaggi. È un giovanotto anche discretamente affascinante: non troppo alto, ha una prestanza fisica di tutto rispetto, con uno sguardo malizioso come solamente un italiano potrebbe possedere. Perché quelli lì nascono e crescono nella convinzione di poter fregare tutto e tutti. Ha il solito vizio dei bellimbusti di passarsi continuamente la mano destra fra i capelli biondi, scombinandoli e non permettendo loro mai di appiattirsi. Se escludiamo, però, la capigliatura, tutto è sempre in perfetta regola: ogni mattino si sveglia puntuale alle sette e mezzo. Dedica i primi dieci minuti a sciacquarsi in bagno. Nel frattempo, sua moglie Amanda prepara il caffé che lui, puntualmente alle sette e quaranta, sorseggia con un goccio di latte. Quindi va in camera, si prepara – sceglie personalmente il vestito a seconda degli appuntamenti del giorno – e chiama la moglie, impegnata a caricare la lavatrice, per farsi fare il nodo alla cravatta. Alle otto meno cinque entra nella stanza di sua figlia Marianna e le stampa un bacio sulla fronte. Quindi bacia la moglie e alle otto precise è già all’interno della sua automobile. Non esiste traffico: in un modo o nell’altro egli è al lavoro alle otto e trenta. Prima sì, dopo mai.

Questa è una procedura consolidata e canonica da quando la piccola Marianna Immacolata è nata, quattro anni fa. Tutte le mattine feriali seguiva alla perfezione questo preciso schema accordato tacitamente tra lui e la moglie.

Amanda sarebbe poi rimasta a casa – non lavorava, lei – ed avrebbe portato la bambina alla scuola materna. Quindi pulizie e televisione fino alle tre e mezzo, quando la vicina di casa le avrebbe riportato la figlia con cui giocava fino alle diciotto e trenta, quando Lele tornava da lavoro e lei poteva dedicarsi alla cena. Alle dieci erano entrambi a letto, leggiucchiando un libro. E quindi buonanotte e ti voglio bene. Di far altro, non se ne parla. Solo nei giorni festivi, che altrimenti il giorno dopo ci si svegliava troppo stanchi per andare a lavoro.

 

Ora – siete avvisati, voi che ritenete che il narratore non debba esistere, qui ci sono io! – potrei continuare ancora a lungo, raccontandovi delle domeniche passate, una settimana a testa, dai genitori di lui e dai genitori di lei. Pur tuttavia, non spiegherebbe il forte vento. O meglio, non lo spiegherebbe alla perfezione. È giunto il momento di contestualizzare queste vicende: partiamo da una settimana precisa prima dell’introduzione bislacca di questa storia. Siamo ad un lunedì di fine luglio. Direi che è perfetto. Torniamo alla forma canonica, però, che non vorrei incorrere nel duro giudizio della critica.

 

La nostra storia comincia un lunedì di fine Luglio. Anche quella mattina, come al solito, Emanuele si svegliò puntuale. La sua sveglia aveva appena suonato le prime due note che la sua allenata mano aveva già provveduto a zittirla. Eppure, l’avrebbe lasciata suonare molto più a lungo del solito se avesse saputo che giornata gli sarebbe capitata.

In ogni caso si alzò ed entrò in bagno, chiudendo la porta alle sue spalle. Iniziò a radersi, canticchiando una buffa canzone di un suo conterraneo con l’insoluta presenza di due nomi, piuttosto che di un nome e di un cognome. Sì, perché Lele un cognome ce l’aveva eccome. Anzi, piuttosto importante da quelle parti: Troisi. Certo, nulla a che vedere con il ben più famoso Troisi, ma di certo un cognome di cui andar fiero. Emanuele Troisi.

Mentre pensava a queste cose, accadde qualcosa di insolito: senza volerlo, la lama osò tagliarlo alla base del mento. Si morse il labbro e guardò la minuscola ferita con la medesima curiosità con cui si osserva un’automobile volante. Vide il sangue scorrere lungo il suo collo, lento e sinuoso. Si esaurì ben presto, ma quel fenomeno alieno lo colpì molto. Scosse il capo: stava ritardando troppo. Terminò la barba – saltò il controllo dei nei, doveva recuperare tempo. Uscì ed andò a sedersi a tavola dove già lo attendeva la sua tazza di caffellatte.

Anticipata dallo strascicare dei passi con le pantofole di lana, entrò in cucina sua moglie, sedendosi alla sua destra.

“Ti sei tagliato” disse lei, ancora insonnolita.

“Già. È la prima volta da un bel po’ di tempo, no?” replicò Lele, piegando un po’ la testa di lato.

Lei annuì, prendendo il suo cappuccino e guardandone la superficie, come rapita.

“Ah senti amore, oggi dovresti accompagnare te la bimba a scuola. Da un momento all’altro dovrebbe venire l’idraulico a sistemare il lavandino in cucina”.

Lele fermò il suo sorseggiare, quasi infastidito.

“Ma così mi farai fare tardi” le rinfacciò, corrucciando la fronte.

“Non ti ucciderà arrivare in ritardo per una volta, no?” Amanda scrollò le spalle. Aveva già deciso e riprogrammato tutto.

Lele rimase interdetto: ma che stava succedendo quella mattina? Prima si era tagliato – segno nefasto – quindi quell’improvviso cambio di routine. Iniziava a chiedersi se non valeva la pena rimandare l’appuntamento con l’idraulico per evitare tutti quei problemi con gli orari. Stava per esternare quei suoi pensieri, quando Amanda si alzò ed andò a svegliare la figlia. Quindi in lavanderia per caricare la lavatrice: ecco il segno che era giunto il momento di vestirsi. Rientrò in camera, con solo indosso i suoi boxer bianchi a righe blu pastello e ne uscì in giacca nera e camicia bianca. Intorno al collo la cravatta sistemata in malo modo: Amanda arrivò lesta e gliela sistemò a puntino. Quindi si recò nella stanza di Marianna Immacolata Rachele, pronto a darle l’abituale bacio sulla fronte; solo entrando, però, si ricordò di dover accompagnare lui la figlia a scuola e che, infatti questa, era già in piedi, che si toglieva il pigiama di Winnie the Pooh per indossare la divisa scolastica. Lele rimase impietrito ad osservarla, come se dinanzi ai suoi occhi si vedessero delle distorte immagini di un cinema 3D senza indossare gli occhiali appositi: tutto era distorto, ogni movimento infastidiva i suoi occhi e tutto sembrava rallentato.

“Tesoro, mi raccomando questo è il cestino della merenda della piccola. Ho già avvisato Annalisa del cambiamento di orario, ti aspetta giù per lasciarti Chiara”. La voce di Amanda, come suo solito, era decisa ma limpida.

“Chiara?” domandò Lele, con tutta l’espressione di chi ha sentito soltanto le ultime parole del discorso.

“La figlia di Annalisa, la nostra vicina, ricordi? Io accompagno le bambine la mattina e lei va a prenderle.” Spiegò la donna, con incredibile pazienza.

“Non possiamo fare l’inverso? Le riprendi te e li accompagna lei adesso”. Lele aveva ancora tutta l’intenzione di evitare questo insolito cambiamento di rotta. Non era nemmeno sicuro di saperci arrivare dalla scuola della figlia fino al suo ufficio. Per non parlare dell’enorme ritardo che avrebbe fatto. Come giustificarsi con il titolare se dopo anni di comportamento impeccabile si fosse presentato con oltre dieci minuti di ritardo? Dove sarebbe finita la fiducia che il capo aveva in lui? Tutto rovinato perché sua moglie doveva aspettare l’idraulico? A chi importa se un tubicino perde due gocce d’acqua? Era più importante evitare di essere licenziato o dover accompagnare sua figlia a scuola? Chiamarla scuola, poi, la materna!

“Lele, non fare lo stupido”. E si allontanò, senza rispondergli. O forse quella pseudoffesa valeva anche come risposta. Chi potrà mai saperlo?

Di cattivo umore, Lele prese per la mano Marianna Immacolata Rachele Elisabetta ed uscì di casa. Senza baciare la moglie, così imparava a rendere la sua vita un inferno. Inutile dirlo che appena richiusa la porta dietro di sé dovette rientrare per recuperare il cestino della figlia.

 

Scese le scale rapidamente, tra l’affanno della bimba, e raggiunse la vicina che l’aspettava nell’atrio con una bambina dai folti capelli ricci marroni. Una bimba orrenda: ecco cosa pensò come prima cosa Emanuele. Con dei capelli che facevano molto anni ’80, indossava un orribile vestitino azzurro mare con le strass dorate.

“Ciao piccola!” fece l’uomo, sorridendo prima verso Chiara e, quindi, la madre. Non che lei fosse meglio della figlia, a ben pensarci: era grassa e sudaticcia già di prima mattina. Indosso aveva soltanto un vestito a fiori che dava l’orrenda visione di un’aiuola vivente.

Si affrettò a salutare entrambe ed entrò in macchina. Fece allacciare le cinture di sicurezza alle due bambine, quindi partì. Erano già le otto ed un quarto. Aveva solo un quarto d’ora per rispettare l’orario di lavoro: non poteva farcela. Il suo cuore prese a battere forte, la sua fronte a sudare freddo. Mantieni il controllo - si diceva, cercando di calmarsi.

Premette la frizione, quindi inserì la prima, azionò la freccia sinistra e tolse il freno a mano. Si trovata davanti alla sua villetta divisa in tre appartamenti. Oltre quello di Emanuele e di Annalisa, il terzo era abitato da una vecchia signora che solo qualche giorno prima aveva festeggiato il suo centesimo compleanno, nonostante le gentili preghiere del suo unico nipote cinquantenne di tirare le cuoia.

La strada all’esterno era poco affollata, essendo quella una zona residenziale e, peraltro, ricca di disoccupati e figli di papà che di lavorare proprio non ne avevano alcuna intenzione.

 

Di nuovo lui! Ammettetelo, qualcuno di voi lo ha sicuramente pensato. Ripeto, nessuno vi obbliga di leggermi: se mi ritenete superfluo, annullatemi ed andate oltre. Di me, in ogni caso, parleremo successivamente, quando questa vicenda, che pian piano inizia ad entrare nel vivo, sarà bella che raccontata. Prima di proseguire, tuttavia, il lettore più attento si sarà ravveduto che manca qualche indicazione importante. Ossia, non ho ancora specificato in che parte del mondo ci troviamo. Avrei potuto scriverlo in cima o inserirlo con un azzeccato gioco letterario, ma sarebbe stato ingiusto nei confronti di Emanuele, che già ben poco gradisce i miei interventi nella storia che dovrebbe appartenergli. Quindi sarò rapido, prima che se ne accorga.

Emanuele Troisi è nato a Pollena Trocchia, un paese di nemmeno quindicimila anime nella vicina provincia di Napoli. Per capirci, uno dei tredici paesi della Zona Rossa a rischio Vesuvio, quel gigante buono – si spera – che sorveglia dall’alto. È un paese ricco di storia – qui ci fu un tempio di Apollo, da cui trae origine il nome stesso di  Pollena (ovviamente il lettore non faccia sue ricerche, o si accorgerebbe che altri ritengono che quel nome provenga da “piccolo”) – e di tradizioni. Ovviamente, se dovessimo cercare qualche difetto, si potrebbe forse notare un po’ di chiusura mentale. Il lettore mi creda quando dico che dopo qualche anno in gran parte ci si conosce e ci si sparla vicendevolmente. Anche Amanda è di lì. Anzi, lei è originaria di Trocchia, della cui genesi è meglio tacere. Dopo essersi conosciuti nell’unico Liceo Scientifico nelle vicinanze, hanno presto messo su famiglia senza bisogno di allontanarsi dal paese. Così, possono rimanere vicino ai loro genitori.

Prima che il mio personaggio possa, giustamente, ribellarsi al suo narratore, credo che sia il caso di continuare. Dove eravamo arrivati?

 

Emanuele mi ringraziò – chi ha voluto e vuole tuttora ignorarmi, però, non ne saprà il motivo-, quindi prese a guidare verso la scuola materna. Inserì dapprima la seconda, quindi la terza, mettendosi in una posizione più comoda e che gli permettesse di trovare quella pace dei sensi di cui aveva estremamente bisogno. Avrebbe voluto accendersi una sigaretta, ma non fumava, né aveva mai fumato, e soprattutto non avrebbe potuto con le due bimbe in auto che avevano deciso – per la gioia del disperato – di iniziare a cantare le sigle dei cartoni animati. Con il contachilometri stabilmente fermo sul numero cinquanta, era attento alla velocità ed alla strada: da un momento all’altro, per distrazione, poteva distrarsi ed accelerare. Troppo pericoloso, non voleva di certo rischiare di essere fermato proprio oggi che già era in ritardo vergognoso ed imperdonabile. Rallentò, vedendo una vecchina attraversare la strada, quindi ripartì sorridendo alla riconoscente donna. Oggi non era in vena di gentilezze. Guardò lo specchietto retrovisore, accorgendosi d’essere diventato bianco come un cadavere: soffriva di un improvviso calo di zuccheri.

Quindi sospirò leggero, improvvisamente felice: aveva raggiunto la scuola. Guardò l’orologio. LE OTTO E TRENTA. Era la fine. Era finito. Sentiva le lacrime accumularsi sotto gli occhi. Diede la merenda alla figlia, salutò Chiara e ripartì. Era riuscito fino a quel momento a trattenere il pianto, ma adesso non poteva più sopportare oltre. Un forte singhiozzo, quindi esplose in lacrime accorate ed angosciate. Avrebbe impiegato almeno un altro quarto d’ora, se non di più, considerando che non riconosceva la strada che lo avrebbe condotto in ufficio, dato che questa mattina, per colpa di sua moglie, aveva dovuto cambiare tutti i suoi piani. Il suo cuore, tremendamente sconvolto, si stava alimentando di un crescente odio verso Amelia. Una donna il cui scopo nella vita era quello di vivere del lavoro del marito e che, nel frattempo, era sicuramente artefice del suo licenziamento. Chi avrebbe permesso poi a quella famiglia di continuare a mangiare, di pagare le bollette, di fare la consueta settimana di mare in Calabria l’ultima settimana di Agosto?

Quello che più d’ogni altra cosa, però, lo feriva era tradire la fiducia che Ernesto, il suo titolare, gli aveva concesso. In sei anni di lavoro lì, nemmeno una volta era arrivato in ritardo, così come non aveva mai tardato la consegna di una pratica. Da ben due anni Ernesto era riuscito a tal punto a fidarsi di lui, che gli aveva permesso di fare una copia delle chiavi per poter chiudere lui l’agenzia di viaggi quando si fermava a fare degli straordinari. Straordinari che per di più non voleva venissero pagati. D’altronde, il suo reale obiettivo era quello di tenersi ben stretto quel lavoro pieno di soddisfazione: cosa c’è di meglio di vedere il visino allegro e felice di una bimba di ritorno da tre settimane a Santo Domingo in un villaggio cinque stelle, all inclusive, bevande incluse? 

Pubblicato il 25/6/2009 alle 5.46 nella rubrica Il Forte Vento.

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